Bicocca

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Fausto Melotti, La sequenza, Milano
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lunedì 17 ottobre 2022

Carnet de voyage - Parigi #08 - «Montjoie! Saint-Denis!»

Grido di guerra dell’esercito dei re di Francia, a partire dai Capetingi. E va bene, andiamo a Saint-Denis. In lista da anni, ma per ragioni di tempo o di scelta, non ha meritato.
Allora, bisogna distinguere: la cattedrale e la cittadina ai margini di Parigi.
 
La cattedrale, vabbè, non richiede le mie quattro righe. La struttura in sé è maestosa, un respiro in ascesa. Poi ci sono la cripta, la necropoli reale. Tutte quelle statue distese sulle tombe, con i leoni ai piedi, le mani giunte, i volti dignitosi. Sembrano tutte anime vere e dormienti. Qui Maria Antonietta si mangia in eterno le sue brioche, Carlo V è ancora convinto che il sole non tramonti sul suo regno, Caterina de’ Medici è lì scomposta e discinta, accanto a Enrico II (morto durante un torneo cavalleresco), nudo e con il capo reclinato all’indietro. Il progetto della tomba è di Primaticcio, ma la realizzazione è di Germain Pilon, che con i ritratti ci sapeva fare. 




 

E adesso l’avanti e indietro lungo rue de la République. Qui c’è “un po’ di tutto”, anzi, no. C’è molto di quello. Quello che scrivono sui giornali, la banlieue, la terra di nessuno, dove vive “la racaille”, le feccia (cit. Monsieur Sarcozy). Abitare nel “93” (cioè nel 93° dipartimento) oggi è uno stigma da cui non si ci lava. Qui sono nati Cherif e Said Kouachy, i due fratelli dell'attentato a Charlie Hebdo, qui vicino viveva Samy Amimour, uno dei kamikaze che si è fatto esplodere al Bataclan. Eppure alle 4 del pomeriggio di domenica vedo solo tanta gente, molti giovani, molti di colore, molte ragazze con il velo, molti tipi strani evidentemente un po’ ai margini. Tutti che passeggiano, fanno compere, chiacchierano (anche fra sé e sé). In 500 metri ho contato almeno trenta negozi che vendono prodotti per capelli afro e migliaia di parrucche, vetrine che espongono tuniche di varia foggia, abiti sportivi, scarpe e poi anche caramelle (e c’è la fila), sotto il bel palazzo della Posta. Persino i manichini sul marciapiede sono neri, sembrano vivi (anche loro, come le statue della cattedrale), a dir la verità. Gli edifici sono dimessi ma raccontano di tempi migliori. Hanno dipinto un bel murale. Tornando verso la fermata della metropolitana scorgo le case popolari e la bruttezza vera, quella che sa di piscio e di miseria. C’è una specie di negozio dove si muovono gli organizzatori orgogliosi della candidatura di Saint-Denis come capitale europea della cultura per il 2028. Ho pensato a uno scherzo, ma evidentemente ci sperano.


p.s: A proposito, nel frattempo Melenchon ha portato 140.000 persone in piazza. Così, per dire... 










 

lunedì 10 ottobre 2022

Carnet de voyage Parigi #05 - Le persone

Il gioco è anche guardare le persone. Fino a una certa età corrono, corrono sempre. Le ragazze hanno tutte le borsette di cotone sulla spalla, i ragazzi gli auricolari in testa (anche le ragazze). Gli impiegati la cartella di cuoio. Le signore, molte, la borsa della spesa con le ruote. I senzatetto hanno i materassi, i piumini, i loro averi, spesso una sedia con un libro e una bottiglia. La forbice sociale si è molto allargata negli ultimi anni. Dalla bicicletta elettrica al cartone, è un attimo: il marciapiede è di tutti. Eppure c’è una vitalità che colpisce e il melting pot ormai è cosa compiuta. Tutti si amalgamano, probabilmente solo sugli autobus o per le strade, e mi fa ridere pensare che a casa nostra c’è gente che non ha capito che il processo è inarrestabile e giusto e naturale. E bello. Basta sedersi in metropolitana, entrare in un supermercato, passeggiare in un giardino (ne sono stati creati moltissimi) per vedere quello che saremo, nonostante le Meloni. Lingue, abiti, colori, bambini, scarpe, cappelli, acconciature. Più o meno, tutti con la giornata in mano.







sabato 8 ottobre 2022

Carnet de voyage - Parigi #04 - Il quarto stato è altrove

Il vantaggio di fingere di abitare qui è che posso dedicare del tempo a luoghi e cose che trascuro nelle visite brevi, ancorché frequenti. Cammino lentissimamente, date le circostanze, in quartieri un tempo popolari, ai margini della città, dove adesso risiedono in buona parte persone benestanti e di cultura, artistoidi e professionisti che si sono sistemati nelle casettine a due piani immerse nel verde, con giardino e antifurto, le palme, i roseti, i tavolini di ferro battuto sotto il pergolato. Bambini non se ne vedono, le scuole sono fuori dal reticolo di villette.

Ai margini del silenzio c’è un caffè dove siedono il giovane architetto e la signora attempata e magari anche due operai che stanno lavorando sulle tubature. Mi siedo anch’io per recuperare le energie. Il quarto stato, invece, no. Non si siede proprio. Quello si affretta nel chiasso, un chilometro più sotto. C’è da riflettere, se qui votano tutti a sinistra e laggiù no.



Quartiere Mouzaïa, XIX arr.




mercoledì 5 ottobre 2022

Carnet de voyage - Parigi #03 - E i curdi?

Al camposanto, volendo, si imparano sempre molte cose. Per esempio si ripassa un po' di storia, sulla tomba di Ahmet Kaya, popolarissimo cantautore rivoluzionario curdo. Strenuo difensore dei diritti umani, le sue canzoni furono costantemente censurate dal regime turco, che lo accusava di essere un membro del PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan. Nel 1999, quando Erdogan era ancora sindaco di Istanbul,  Ahmet Kaya si rifugiò a Parigi dopo aver subito minacce di morte per aver dichiarato di voler cantare le sue canzoni in curdo. Venne condannato in contumacia a tre anni di prigione per "propaganda separatista". Qui morì per una crisi cardiaca nel novembre del 2000, a soli 43 anni. Nel 2021 la sua tomba fu profanata, coperta di ingiurie, l'immagine scolpita del suo volto fu presa a martellate. Al Père Lachaise, Kaya dorme oggi in compagnia di altre personalità curde esiliate in Francia, come il politico curdo iraniano Abdul Rahman Ghassemlou  o il regista curdo turco Yılmaz Güney. 

Memo: per superare il veto della Turchia all’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO, Recep Tayyip Erdogan ha chiesto che i due paesi ritirino le protezioni concesse ai dissidenti curdi, e che avviino le procedure per l’estradizione di decine di persone che la Turchia considera appartenenti a organizzazioni terroristiche. 

Ah, già, Erdogan...



giovedì 8 settembre 2016

Deutschland über Alles # 05 - Immigrati

Dunque, la Merkel s'è presa la sua batosta proprio a casa sua, grazie a una sfrenata battaglia contro l'accoglienza degli immigrati e proprio lì dove io non ho visto nemmeno un immigrato (dicono che in realtà ci siano tanti polacchi, su all'Est) . 

Non li vogliono. Né poveri né rifugiati né bianchi né neri né sfaticati né lavoratori né colti né ignoranti. Non li vogliono e basta. 
Anche dove, apparentemente, non tolgono niente a nessuno, come in Meclemburgo-Pomerania.
Anzi, non li vogliamo, questa è la verità.

Però, così come per tutta l'estate a Milano c'è gente che ha portato abiti e viveri all'Hub della Stazione Centrale o nei centri di raccolta, così anche in Germania c'è gente che la pensa in un altro modo. 

Non so quale sia la strada giusta e non mi interessa molto conoscere quale sia il margine di benessere erodibile in Germania o in Italia o In Francia. Non so nemmeno se questo sia percepito o reale; immagino che le migrazioni siano inevitabili, al contrario dei conflitti e dei profitti.

In linea di massima mi confortano le immagini che seguono, per un istintivo principio di umanità e di giustizia. 
Poi lo so, non è così semplice.

Berlino

Amburgo (Nessun essere mano è illegale)
Amburgo


lunedì 27 giugno 2016

La futura convivenza

Non sono appassionata di letteratura araba o mediorientale, lo ammetto. Lo sento un mondo distante da me e, colpevolmente, non ne sono incuriosita più di tanto.
Sono flaccidamente adagiata sulla cultura occidentale, anche se capisco che sia un limite ecc. Però ho accolto la segnalazione di una mia amica, incappata per lavoro in 
Amara Lakhous, algerino che vive in Italia da molto tempo e scrive in italiano, con una passioncella per i nostri dialetti e una visione della realtà antropologica e filosofica
(è filosofo e antropologo, in effetti), sorridente e amara al tempo stesso.
Niente di che, ma i suoi “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio” e “Divorzio all’islamica a viale Marconi” mi sono piaciuti. Sarà che ho ritrovato in queste pagine l'universo del mio “civico 12” , alle cui palpitazioni assisto dal ballatoio si casa mia
(ne ho parlato 
qui e qui e qui). Sarà che mi piace una certa idea di convivenza,
fatta di odori e colori e pregiudizi e sorprese e sorrisi e rabbie e urla e volumi e piante
(a proposito, ormai al terzo piano c'è una serra!). Sarà che la lettura è snella
e confortante, non originale ma riflessiva, e quanto mai attuale. E poi ti conduce istintivamente dalla parte giusta, anche se non ne hai bisogno. Alla faccia di Salvini.

sabato 30 gennaio 2016

Nudi alla meta

Nonostante i buoni propositi, credo che in ciascuno alberghi un piccolo (in taluni grande) baco che si nutre di stupidaggini. Insane tendenze all'eccesso, per esempio alimentare, oppure scivolate di tipo culturale, passioni ingiustificate per argomenti sciocchi o per espressioni di cattivo gusto.
A me qualche volta la notte è male, parafrasando l'immenso Pessimista. Che dio abbia in gloria eterna chi ha inventato il Kindle, insieme al lettore mp3 subacqueo.

Qualche volta però la stanchezza o la ribellione o il semplice desiderio del nulla mi fanno accendere la tv. Intendiamoci, io la tv la guardo veramente poco, ma sta proprio lì il vulnus: la guardo poco e male. Mi lascio tirare dentro da serie televisive poliziesche penose, storie inverosimili, analisi assurde, interviste a personaggi che nemmeno so chi siano e per giunta noiosissimi.

Una sera, e non era notte fonda, tradendo John Banville, ho vissuto di riflesso quello che propina la trasmissione "Undressed", cioè un esperimento sociale. Funziona così: due coppie di sconosciuti si incontrano in uno studio televisivo arredato solo con un letto e un grande schermo. Si spogliano vicendevolmente fino a rimanere in mutande, si accomodano a letto e, guidati da indicazioni o da immagini proiettate di fronte a loro, iniziano a "conoscersi". La comunicazione è sostanzialmente agevolata sul piano fisico (abbracciarsi per un minuto, guardarsi negli occhi, qualche confessione sul proprio passato e, per ultimo, baciarsi, se vogliono). Dopo mezz'ora decidono singolarmente se desiderano continuare la relazione oppure alzarsi, rivestirsi e andare via.

Leggo che lo share di questo programma è salito vertiginosamente, fino a sfiorare il 2%, cioè oltre 370.000 spettatori. Un'enormità. 

Da parte mia, è stata un'esperienza inaspettata, che ho voluto approfondire rivedendo alcune puntate precedenti in Internet: ho vissuto, senza riuscire a staccarmene, l'imbarazzo insostenibile di queste persone (belli, brutte, ciccione, pelati, fighe, palestrati, padri, contadini, performer - che lavoro è??-, giovanette e così via), che abbracciavano o toccavano l'altro con una tensione e un imbarazzo  ai limiti della loro sopportazione e certamente della mia. E io stavo male per loro. Ma tanto male. E però non riuscivo a cambiare canale. Un transfer brutto ma dal quale non riuscivo a sottrarmi, quasi che a giocarmi quella partita così violenta ci fossi io.

Qualche volta l'esperimento finisce bene. I due si baciano con voluttà o leggerezza e vengono "lasciati soli" ancora un po'. Qualche volta se dio vuole i 30 minuti finiscono per entrambi e si respira. Qualche volta uno dice sì e l'altro dice no, non simultaneamente, quindi il rifiutato aspetta 20 secondi per levare le tende con vergogna, soprattutto se aveva proposto di rimanere. 

Ora John Banville è furibondo, giustamente: alla sua scrittura fluida ed ironica, penetrante e mai volgare, e soprattutto altrettanto sociologica, ho mollato un ceffone beffardo. E non per piangere disperata per la centesima volta davanti a "The way we were" o per assistere sognante a un documentario sugli abissi marini. Davvero imperdonabile.

Evidentemente gli ideatori e i produttori di "Undressed" hanno scommesso bene, porca puttana.

E stiamo qui a domandarci perché non passa la legge sulle unioni civili? O perché Salvini e compagnia di giro hanno non solo diritto di parola, ma anche un seguito numericamente preoccupante? 
Voglio scendere.


giovedì 22 ottobre 2015

Grazie dei fior

La prendo alla larga. Qualche anno fa mi sono prestata per fare un'iniezione a una signora anziana che abitava al quinto piano, sopra di me. La vecchia mi stava abbastanza sulle scatole, perché aveva commentato in modo sgradevole un mio recente incidente in moto, a causa del quale mi ero fracassata ("L'ha pagata, eeeehhhh?"). 
All'epoca, comunque, obbedii alla mia regoletta morale, che prevede che l'aiuto, quando c'è di mezzo la salute, non si nega mai.
Nel tempo il caseggiato ha scoperto, immagino con il passaparola, che so fare le iniezioni e, su richiesta, non mi sottraggo. Quindi ogni tanto la signora D., 82 anni con la sciatica ricorrente, di professione governante, mi chiede il favore. Io scendo al primo piano sempre volentieri, magari sbuffo un po', ma poi ci vado. Eseguo l'intervento con tutti i crismi: all'orario che vuole lei, mi lavo le manine nel lavello nell'entrata/cucina, poi ci trasferiamo in salotto, dove la televisione impera a volume altissimo, lei mi porge la scatola di Voltaren (e secondo me abusa: fa malissimo, il Voltaren!), poi mi porge una chiappa, poi spettegola sulle bravate del nostro condomino tossico, poi mi offre un limoncello che io rifiuto, poi mi chiede di tornare l'indomani. 
L'ultima volta ha preparato 10 euro sul tavolo, e io mi sono - ovviamente - indignata:
"Mi offende! Ci mancherebbe! ecc.".

Stasera il marito, panciuto giovanotto che ha già svoltato i 90 ma gira in bicicletta, guida una Panda con cui va e viene dal paesello distante 400 km e cura il giardino ad agosto, sotto il sole, mi ha inseguito per consegnarmi un vaso di ciclamini, bellissimi.
Mi sono sentita in imbarazzo, davvero, e ho ricominciato con la santa storia che la salute non reclama gentilezze, ma esige diritti (mia madre diceva che certi favori è meglio farli che riceverli).
E il vecchissimo, gobbo, impacciato signor M., mi ha risposto: "Lei ha ragione, ma esiste anche la gratitudine".
Ecco, se ne ricordi anche chi ha contato molte meno primavere. Io per prima.


martedì 29 settembre 2015

E infine i Camuni

Era dagli anni delle scuole elementari, cioè un'era geologica fa, che avevo voglia di vedere le iscrizioni rupestri della Val Camonica. Si è trattato del riscatto di una gita negata, chissà se per motivi economici (a quei tempi le gite non erano pensabili) o semplicemente per poca ispirazione del corpo insegnante. Sia come sia, l'occhialuta maestra De Chirico con il suo grembiule verde non ci ha portati allora a Capo di Ponte e nemmeno la bassotta professoressa Conte delle medie. Figuriamoci gli spocchiosi professori del liceo, tutti compresi nel loro ruolo di geni sprecati. 
E va bene, ci sono andata, finalmente, better late than never. Il mio lato infantile si è divertito un sacco a fotografare gli omini con il pisello lungo, le donnine con la "coppella",
i cervi-spirito con il palco di corna sovradimensionato, le case disegnate con la doppia prospettiva, in sezione il piano terra e in pianta il tetto... che ridere! 

Sulla gestione del patrimonio culturale di questo Paese, mi astengo: la rabbia è pari alla vergogna, con i turisti stranieri che non capiscono...
Voglio ricordarmi solo del cane e del leone e del guerriero e del carro trainato dai buoi
(o dai cavalli?), con le ruote a raggi. A volte ho la certezza che l'Età del Ferro sia stata migliore della mia. 


Cervo (Divinità)

Guerriero

Labirinto

Oranti

venerdì 11 settembre 2015

La mia riva del fiume

Sulla questione migranti mi astengo dal commentare. Lo fanno già in tanti, in ogni sede (a volte, a mio giudizio, anche troppo: l'eccesso di retorica può portare all'indifferenza o all'insofferenza, che sono due mali terribili).
Se ne sono viste di tutti i colori, e ciascuno ha reagito secondo coscienza, se ce l'ha, e anche senza nessuna coscienza.
Però mi chiedo: quanto dolore, quante umiliazioni, quanta disperazione e quanta impotenza potranno mai ripagare dello sgambetto di una donna a un papà con in un bambino in braccio (anche non siriano/fuggitivo/nero/povero)?
Vorrei trasformarmi in un cinese e aspettare sulla riva del fiume. Perché, signora Petra Laszlo, sa? Basta poco. Pochissimo. Proprio questione di un secondo. E lo sgambetto te lo fa la vita. E allora sono guai. Ne stia certa.

venerdì 1 maggio 2015

Piccole storie nobili

Un mese di silenzio. Mi sono astenuta dalla scrittura, non dal pensiero. Nel frattempo fiumi, oceani di parole hanno invaso i social network, su ogni argomento. Dall'immigrazione alla legge elettorale, dalla Resistenza alla Siria, dal Nepal (ora dicono tutti Nepàl) all'Expo. Tutti che vomitano e ripostano e taggano e segnalano miliardi di commenti, un'ingordigia di presenzialismo, un ammasso di opinioni o di informazioni, a volte distorte, che mi hanno stomacato. Me ne sono allontanata, nauseata, chiedendomi cosa potessi mai aggiungere di veramente interessante per questa folla di esternatori, tutti con molto tempo a disposizione, evidentemente.
Forse qualche storia nuova, minima, inutile. L'ho cercata intorno a me e ne ho trovate tante. Piccole fotografie da mondi ben lontani da chi si sbraccia contro Salvini (giustamente) o invoca una solidarietà che forse è stata rasa al suolo da anni di opacità etica.

E così ecco V., che dopo due anni ha trovato un lavoro e piange e ringrazia chi gli ha dato una mano; B., che mi ha guardato con occhi scuri di rimprovero, perché non vado mai a trovarla (http://berelesen.blogspot.it/search/label/dolore), a cui non posso spiegare che non vado a trovare nemmeno me stessa, per lo stesso motivo; L., macellaio al supermercato, che è stato assunto a tempo indeterminato a 22 anni proprio quando è nata la sua bambina e a cui ho augurato un mondo di gioia; G., che invece ha scoperto che il suo bambino ha una malattia brutta-brutta, di quelle che fanno venire i brividi solo a nominarle e non dorme di notte e chissà cosa lo aspetta; E., che rincorre sogni acerbi e non sa bene dove andare, in questo mondo assurdo, con i suoi 15 anni alti e belli e faticosi e incompleti; F., che mi fa dannare, con la sua vecchiaia senza scopo, sempre sul filo di un precipizio, funambolo incerto e stufo della vita, che oscilla pericolosamente, in bilico fra ricordi che sfumano e un domani sempre peggiore.
E mille altre ne avrei. Lo farò, con moderazione. Ho già un elenco pronto di argomenti, che si allunga su un post-it mentale, quando corrispondo con alcune anime belle.

La primavera tarda e lo so già, tra una settimana la temperatura esploderà e inizierò a lamentarmi del caldo. 
Buon Primo Maggio, tutto da riconsiderare. 



mercoledì 25 febbraio 2015

Leggere e pensare

A margine del dibattito se Mondadori debba o no acquistare RCS, sono moltissime le considerazioni che nascono e popolano siti, blog e compagnia di giro. 
Per esempio, Umberto Eco su Repubblica dedica più attenzione alla preoccupazione per il monopolio dello Strega che non al problema del numero di lettori in Italia, che si sta sempre più erodendo (in linea con il precipizio etico e culturale di questo Paese). Sette italiani su dieci non leggono mai, preferendo evidentemente trascorrere il proprio tempo su fb o in altre forme di ricreazione.
"Un gruppo talmente potente (Mondadori) è una minaccia per la libertà di espressione. In termini di libero mercato è vero che spesso le concentrazioni sono economicamente inevitabili, ma il sistema rimane sano quando si attua ancora una concorrenza tra concentrazioni diverse. Ma quando esiste un gruppo più potente di tutti è la libera concorrenza che entra in crisi", dice Eco. Di parere contrario Busi, ma si sa, Busi è così. 
Quello che mi stupisce è il silenzio di Eco e dei suoi sodali su Amazon e sulle sue politiche, sul significato della lettura oggi, sulla diffusione (vertiginosa negli USA, molto meno importante in Italia) del libro elettronico, sulla figura del lettore che oggi è stato promosso ad autore e/o critico letterario, scalzando l'intermediario editore/editor/critico. La rivoluzione, per come la vedo io, sta nel fatto che il giudizio non si forma più nella patria di chi "crea" ma in quella di chi "fruisce" un'opera letteraria e questo cambia tutto lo scenario. Per esempio, il proliferare di opere autopubblicate (e la qualità? è demandata solo al passaparola?), o la strabordante pubblicazione di titoli illeggibili, anche di autori conclamati ma sostenuti da un marketing al limite della decenza (vedi il passaggio da Fazio ecc.), non meritano un'analisi un po' più approfondita, che affianchi il timore del monopolio editoriale? Di quale monopolio stiamo parlando? Ed è l'unico? E poi, quanto incide il prezzo della fruibilità? 
Segnalo questo intervento di Oliviero Ponte di Pino, per chi fosse interessato. Che poi, di cultura si potrebbe anche mangiare. O no?
http://www.illibraio.it/le-quattro-grandi-guerre-dei-libri-183131/ 

sabato 31 gennaio 2015

Vita, morte e miracoli

Sala d'attesa di un ospedale, alle 7 di mattina, con tutta la mia paccottiglia per lavorare, computer, cellulare, prolunghe, stampe, pdf... La giornata si preannuncia lunga, devono assestare il mio babbo. Sono nervosa, abbiamo anche litigato e si sa... Al tavolo vicino al mio, si siedono una dottoressa e una signora, giovane, ma con i capelli corti e bianchi. Inizia una conversazione molto intima, io continuo a battere le dita sulla tastiera, testa bassa, ma le parole mi trafiggono. "Questo è un discorso difficile... lo faccio a lei perché ho capito che siete una famiglia con cui si può ragionare apertamente... Il nostro ospedale è in contatto con... vi offriamo la possibilità di donare... non deve decidere adesso... ne parli con i suoi cari... sa, si scatenano tante emozioni... il senso di colpa, ma anche la gioia di poter aiutare qualcuno... non si vedrà nulla (..?...)... ". Sollevo appena lo sguardo. La signora sorride, sembra sollevata, non c'è un velo di angoscia sul suo viso, non una lacrima. "Sono molto contenta, certo, mi sembra una cosa bellissima... ora sento cosa ne pensano gli altri, ma so già che la mamma sarà d'accordo...". Si alzano, l'imbarazzo è meno palpabile, come se la crosta di ghiaccio sopra il dolore si fosse un po' sciolta.
Sento l'alito della morte che volteggia sopra di me, satura l'aria, dà la stura ai miei ricordi, al mio lutto grumoso, sento la bocca farsi amara. Poi penso che anch'io vorrei donare tutto e con un sorriso cinico cerco nel mio corpo l'organo meno malandato da offrire al mercato. Boh... Gli occhi no, sono miope. Il fegato no, il cervello non ne parliamo, le ginocchia... oddio... il cuore! Il cuore è sano. Sano ma spezzato. Sorrido, non si regala un cuore spezzato nemmeno al peggior nemico. 
Guardo fuori dai finestroni, dal settimo piano, si è fatta luce, si vede tutta la città. Laggiù ci sono anche le montagne... Per un minuto sogno di nuotare in mare aperto, con il blu sotto... 
Alle 7 di sera vado a casa. Ho rimesso tutto via, il pc, la prolunga, il pdf, il cellulare, il mio babbo finalmente assestato che mi ha chiesto se hanno eletto il presidente della Repubblica, nel frattempo. No, ho risposto, domani. Ormai convergono tutti su Mattarella. Se ti dimettono in tempo, te lo guardi alla televisione. La signora con i capelli bianchi è ancora lì. Incrociamo i nostri sguardi, con un sorriso dolce. Buonanotte. Buonanotte.

giovedì 20 novembre 2014

Rosso di mattina

Stamani all'alba il cielo aveva colori meravigliosi: rosa, fucsia, lilla...e qualche ombra scura. Ho scattato la solita foto. Rosso di mattina, la pioggia è vicina, ho detto. Con questo stato d'animo mi sono vergognata di me stessa, del mio Paese, dell'Uomo. Hanno ragione i giudici della Cassazione: il disastro è prescritto. Gli omicidi no. Migliaia di morti e quanti ne ce ne saranno. Non è successo niente. Tutti sapevano, pochi hanno guadagnato impronunciabili somme di denaro, gli altri sono morti. Mi scusi, se può, signora C., mamma della amica S., falciata dal mesotelioma. Uccisa a sangue freddo dall'Eternit e dal signor Schmidheiny, che non vuole più "processi ingiustificati".
E mi scusino tutti quelli che non conosco, che hanno fatto la stessa fine. Non sono stata capace di impedirlo.


sabato 1 novembre 2014

Far fatica

Tutto 'sto silenzio è dovuto a diversi fattori. Sto zitta un po' perché sono intrappolata dalle incombenze, un po' perché mi sono dedicata alla mia passioncella, la fotografia, un po' perché assisto alle vicende di questo Paese e mi sembra di non avere più parole. O più voce.
Allora: a me i drogati mi irritano, a causa di quella vecchia storia che  quando "hai avuto tutto, e soprattutto hai avuto la salute, se il tutto lo butti via sei una merda" (eh, sì... ne ho vista troppa di gente a cui non è stata data nemmeno la possibilità del desiderio di drogarsi...). Però non accetto che lo Stato ammazzi di botte qualcuno, lo lasci morire di fame e poi dica che non sa chi è stato. Il fatto sussiste ecco. Non accetto che si pestino gli operai perché protestano contro un'azienda NON in crisi ma che li caccia nella miseria (questa degli operai pestati, poi... siamo tornati negli Anni '70, altro che cambiare verso. Mi bolle il sangue). Non accetto che si ignori colpevolmente un'evasione di 100 miliardi all'anno e poi si tolgano 50 euro ai pensionati che hanno versato 42 anni di contributi. Non accetto che si urli "chi non salta è musulmano" nell'indifferenza generale. Non accetto che si dica che la mafia aveva una sua morale, visto che ce l'ha ancora e inquina le istituzioni molto più dei terreni intorno a Brescia e il Venditore di materassi non ne parla mai. Non accetto che la "Minoranza del PD" resti nel PD perché "si cambia da dentro". Non accetto che a 50 anni, se sei licenziato finisci in mezzo a una strada, o fai le pulizie in nero, o chiedi i soldi a tuo padre per comprare le scarpe nuove a tuo figlio. Sempre se non ti impicchi in cantina. Non accetto che si faccia passare l'idea che se togli diritti crei lavoro: sono gli investimenti in cultura e ricerca che creano lavoro, non la libertà di licenziare "a pagamento" le persone! Non accetto che si neghi il diritto di contrarre matrimonio a due persone con la vagina o con il pene o con tutti e due. Non accetto che si divori il territorio con milioni di tonnellate di cemento, legalmente. E non accetto che non ci si ribelli al cemento, che si intasino i corsi d'acqua con i mobili vecchi e i copertoni, che si sversi la merda in mare, che elegga il SUV a carrozza, che si travolgano i deboli, che si premino i furbi, che non si stimoli la conoscenza, che si livelli tutto a pura sopravvivenza, che l'etica sia opinabile. 
In questo deserto di umanità, troppo spesso trasformato in habitat naturale, ecco, io faccio fatica.  

martedì 30 settembre 2014

Incredibile

Non l'avrei mai detto. Sono d'accordo con D'Alema. Nella vita può veramente succedere di tutto.

giovedì 4 settembre 2014

Vergogna e gratitudine

E dunque il Consiglio di Stato ha con indegno ritardo sancito il diritto di Eluana Englaro a rinunciare alle terapie che la tenevano in stato vegetativo da un numero inammissibile di anni. Che qualcuno levi l'orrenda definizione di "assassino" a Beppino Englaro, uomo meraviglioso e inarrendevole, che ha amato sua figlia più di se stesso, camminando su strade di dolore e abnegazione. Che qualcuno senta la vergogna divorargli l'anima, che qualcuno lo ringrazi.

venerdì 25 luglio 2014

Solo il ricordo

Io penso che quando si tirano le bombe sulle case, sulle scuole, sugli ospedali, quando si ammazzano i bambini, quando si spogliano i prigionieri e li si fa inginocchiare, quando si toglie l'acqua, quando si toglie l'aria, quando si toglie il respiro, l'umanità non esiste più. E in questo silenzio del mondo, spero che almeno una voce si alzi e ricordi il passato. Perché solo il ricordo, mai così lontano, può salvare oggi Gaza e il popolo della Palestina. E Israele.

giovedì 24 luglio 2014

Quando qualcosa va storto

B. è una bella ragazza, bionda, ben vestita. Ha una ricca maglietta bianca ricamata, e un paio di pantaloni di lino bianchi. Elegante, curata. Non come le altre. È lì dentro da dicembre, io non l'avevo mai vista. Certo, ci vado poco. Il meno possibile. Vorrebbe uscire, infatti quando compongo il codice sulla tastiera della porta per entrare lei è al di là del vetro, spera di sgattaiolare, spera che nessuno se ne accorga, spera di riuscire a scappare. È fra le poche che capiscono, fra le poche che parlano, che concepiscono un pensiero. Fra le poche che sperano. Purtroppo.
È un'intrusa, più o meno.

Mi accoglie, mi saluta, mi segue, e interrompe la mia conversazione burocratica con chi comanda. 
"Posso uscire?", chiede. 
"No". 
"Perché?"
"Lo sai perché. E poi sono occupata con questa signora, ne parliamo dopo".
"Mi comporto bene, te lo prometto".
"No".
Chi comanda prova a scusarsi con me: sono in tante, escono a turno, mi dice sorridendo,
a bassa voce. Oggi non è possibile.

Certo. Capisco. Ringrazio, infilo le carte firmate nella borsa, saluto dolcemente l'"ospite" per cui sono venuta e mi avvio all'uscita.
B. mi segue.
"Posso venire con te?", mi chiede.
"Devi chiedere il permesso... credo..."
"Posso andare con lei?", implora rivolta a una persona che non comanda, ma è lì per eseguire.
Permesso negato. 
"No."
Mi si stringe un po' lo stomaco.
"La prossima volta...", propongo imbarazzata. 
"Quando torni?"
"Non lo so.... "
Cerco una soluzione momentanea e oso un "Mi fai vedere la tua stanza?"
Mi accompagna. Mi mostra il suo letto. Sulla mensola in alto c'è un orso di peluche con la maglia dell'Inter. "Sei interista?" 
"Sì."
Sul comodino ci sono alcune cornici portafoto. Ne prendo in mano una. "Chi è?", domando.
"Mia sorella". 
"E questa sei tu?"
"Sì, da piccola. Nell'altra siamo io e mia sorella, da piccole". Anche la fotografia è minuscola, un po' sbiadita. Anni Ottanta. Due graziose bambine bionde. Lei è la più carina, ha gli occhi verdi. 
"Che belle..."
"Sì".
"E i tuoi genitori?"
"Boh".

La prendo per mano, le chiedo quanti anni ha. Trentasette. 
"Allora io vado...", sussurro. 
"Ti accompagno".
Sono a disagio, so che vuole venire via con me.
"Certo. Allora la prossima volta andiamo giù a bere un succo di frutta", le dico. Le do un bacio sulla guancia.
"Quando sarà la prossima volta?"
"Presto".
"Quando?"

P.S.: Io dovrei andarci più spesso, lo so. Lo faccio con tanto dolore, per dovere. Però forse un giro lì dentro farebbe bene a tanti, almeno una volta nella vita. Così, tanto per vedere cosa succede quando qualcosa va storto.