Bicocca

Bicocca
Fausto Melotti, La sequenza, Milano

mercoledì 6 maggio 2015

Il momento del commiato

Argomento difficile, quello dell'addio. Galleggia sulla mia coscienza da un po', mentre con il tempo annovero saluti definitivi a cose, persone, luoghi, idee, sogni, più o meno importanti.
Si comincia da piccoli, piccoli strappi all'abitudine. Basta scuola, basta compagni di banco, basta bicicletta con le ruote, basta fiocco rosa al collo. E poi è una sfilza di interruzioni. Basta amica  F. Basta appartamento di via Poetessa, dove non avevo un metro quadrato tutto mio, ma che è l'unica casa che sogno ancora. Basta tuffi pazzi con i miei cugini, basta isola Palmaria, basta baci strampalati con B., occhi verdi e ignorantotto, che mi spiegava matematica sotto un albero di nespole (basta nespole). Basta liceo, con tutti suoi drammi e le sue notti in piedi a studiare. Basta Venezia, basta primo amore disperato. Basta famiglia. Basta Donegal, scoperta terminata. Basta nonni. Basta correre. Basta moto. Basta tenda. Basta mamma. Ultimi saluti improvvisi e del tutto inconsapevoli a uomini e donne e oggetti che non avrei rivisto mai più: legami sciocchi, legami meno sciocchi, luoghi bellissimi e luoghi bruttissimi, negozi spariti, piscine chiuse, spiagge erose, cinema rasi al suolo, amicizie evaporate, compagni di sventura, scrivanie abbandonate, tutta roba che pensi di rivedere domani o martedì prossimo o l'estate dopo e invece niente. E gli addii quelli voluti, vere e proprie liberazioni. Addio letto d'ospedale n. 12. Addio direttore infame che mi ha dato della scema per quattro anni. Addio parenti serpenti. Addio libri di trigonometria (addio seno e coseno!). Addio impermeabile beige degli inverni tristi. Addio capelli lunghi. Addio zoccoli. Poi ci sono gli addii allo stato delle cose. Quelli sono i più infidi. Percepisci che qualcosa è cambiato per sempre, e spesso in peggio. Avverti la modifica, quella definitiva: la resa. Non scii più. Non lavori più. Non ami più (quella persona, quel posto, quella cosa). E poi non ci pensi più (a quella persona, a quel posto, a quella cosa). Non ci credi più. Un addio a consistenti parti di noi stessi. Soppiantate da nuove facce, nuove guerre, nuove onde, nuove voci, nuovi dolori, nuove letture, nuovi saperi, nuove abitudini, nuove case. E, ancora, nuovi addii, mai ultimi, mai più primi.

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