Il periodo non aiuta, di suo. Uno scontro aspro con una persona stupida si aggiunge al malumore. Solitudine inquinata alle due del pomeriggio. Gironzolo fra gli scaffali della Coop in cerca di una consolazione, ma non la trovo. Entro nel bar prima di salire a lavorare.
Il commesso barista è un signore di 56 anni che ne dimostra 70. Ha i denti marci, è un po' dimesso, indossa una specie di maglione natalizio, sempre gentile e suo malgrado positivo, mi chiama "Madame"da quando mi conosce, con il suo sorriso dolce e impresentabile e sempre disponibile. Mi precede nei desideri di caffetteria, in estate come in inverno. Ha scritto la letterina a Babbo Natale?, domando. No, non ci credo più. E lei? Io sì, rispondo. La scrivo sempre, ma non mi porta mai quello che gli chiedo. Chiede cose impossibili?, mi guarda con tenerezza. Forse sì, ammetto. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Per quello ho smesso, dice lui. Anticipo gli auguri, non so se ci vedremo ancora prima dell'anno nuovo. Mi porge la tazza e mi dice Posso darle un bacione? Certo! Mando giù il cappuccio più buono del mondo, giro dietro il bancone e ci stringiamo in un abbraccio che ha del disperato. Non ci stacchiamo più. Auguri, Madame, davvero. Passi dei bei giorni, rispondo. Non so neanche come si chiama.
Bicocca
Fausto Melotti, La sequenza, Milano
giovedì 22 dicembre 2016
sabato 26 novembre 2016
sabato 12 novembre 2016
venerdì 11 novembre 2016
Quando l'amore era l'amore
Dance me to your beauty with a burning violin
Dance me through the panic ’til
I’m gathered safely in
Lift me like an olive branch and be my homeward dove
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love
Oh let me see your beauty
when the witnesses are gone
Let me feel you moving like they do in Babylon
Show me slowly what I only know the limits of
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love
Dance me through the panic ’til
I’m gathered safely in
Lift me like an olive branch and be my homeward dove
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love
Oh let me see your beauty
when the witnesses are gone
Let me feel you moving like they do in Babylon
Show me slowly what I only know the limits of
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love
Dance me to the wedding now, dance me on and on
Dance me very tenderly and dance me very long
We’re both of us beneath our love, we’re both of us above
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love
Dance me very tenderly and dance me very long
We’re both of us beneath our love, we’re both of us above
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love
Dance me to the children who are asking to be born
Dance me through the curtains that our kisses have outworn
Raise a tent of shelter now, though every thread is torn
Dance me to the end of love
Dance me through the curtains that our kisses have outworn
Raise a tent of shelter now, though every thread is torn
Dance me to the end of love
So long, Leonard.
domenica 6 novembre 2016
Storia di Cesare e Katia
Cesare è un signore del 1933. Scrivo il suo nome per intero, perché probabilmente non leggerà questa storia e se anche la leggesse, non ci sarebbe niente di male. Cesare era un dirigente d'azienda e dopo 33 anni di lavoro, grazie a un benservito con i fiocchi, è andato in pensione. Si è goduto un bel po' il suo tempo nuovo, con la moglie e i suoi figli. Poi in sei mesi le cose sono cambiate, è rimasto vedovo e ciao. Il solito abisso senza sogni, lo spavento della solitudine e un'unica risorsa: la fede.
Ecco, io la fede proprio non la capisco. Capisco quasi tutto, ma la fede proprio no.
Però la fede fa fare tante cose brutte ma anche qualche cosa bella.
Cesare ha cominciato ad andare a Medjugorje, su e giù come un forsennato (appunto!), a pregare la Madonna eccetera.
E un giorno, valigie in mano in partenza per la Bosnia-Erzegovina, ha sentito una voce dentro di sé (mi ha detto il termine esatto per indicare la voce che ti ordina di fare qualcosa, ma non me lo ricordo...), ha parlato con il suo padre spirituale e ha deciso di dedicarsi a chi ha bisogno.
Si è presentato in uno dei tanti istituti dove sono parcheggiate persone in difficoltà, ha indossato il camice bianco, un badge con la sua foto e si è messo a disposizione.
Katia ha 24 anni. Da piccolissima si è presa il morbillo, la sua testa si è liquefatta (si dice encefalite) e i genitori l'hanno abbandonata. Questo piccolo scarto umano è stato accudito per 16 anni in un posto simile a un ricovero per animali, senza offesa. Poi è stata trasferita in un ricovero per persone simili agli animali, senza offesa. Sola. Per capirsi, senza nessuno al mondo che le portasse un vestito, uno spazzolino da denti, un paio di scarpe, che tanto non le servono. Tutto ciò che ha, è fornito dallo stato sociale o dalla carità umana. Anche il caschetto che le copre la testa, per non fracassarsela quando si irrita con la vita, il che avviene fin troppo poco, data la sua situazione. Sola. Per capirsi, nessuno va a trovarla: mai.
Otto anni fa la Madonna di Medjugorje, o chissà che altro, ha consigliato a Cesare di occuparsi di Katia.
Quindi Cesare è diventato padre/nonno/fratello/familiare/amico di ciò che rimaneva del piccolo scarto umano. Giorno dopo giorno le ha insegnato a stare in piedi un po', a sorridere un po', a guardare fuori dalla finestra un po'. Ad aspettarlo, sempre.
Le compra spazzolini e scarpe inutili, si siede accanto a lei e non di fronte, l'ha portata persino a Lourdes "con l'aereo, eh?" (eh...).
Katia è inguardabile, ovviamente. E non solo Katia. Tutto il circo umano che abita dove abita Katia è inguardabile. Sotto quel tendone di dolore e marginalità, però, il numero per niente acrobatico di Cesare in camice bianco, più o meno illuminato dalla Vergine Regina della Pace, è un bell'esempio per chiunque.
Ecco, io la fede proprio non la capisco. Capisco quasi tutto, ma la fede proprio no.
Però la fede fa fare tante cose brutte ma anche qualche cosa bella.
Cesare ha cominciato ad andare a Medjugorje, su e giù come un forsennato (appunto!), a pregare la Madonna eccetera.
E un giorno, valigie in mano in partenza per la Bosnia-Erzegovina, ha sentito una voce dentro di sé (mi ha detto il termine esatto per indicare la voce che ti ordina di fare qualcosa, ma non me lo ricordo...), ha parlato con il suo padre spirituale e ha deciso di dedicarsi a chi ha bisogno.
Si è presentato in uno dei tanti istituti dove sono parcheggiate persone in difficoltà, ha indossato il camice bianco, un badge con la sua foto e si è messo a disposizione.
Katia ha 24 anni. Da piccolissima si è presa il morbillo, la sua testa si è liquefatta (si dice encefalite) e i genitori l'hanno abbandonata. Questo piccolo scarto umano è stato accudito per 16 anni in un posto simile a un ricovero per animali, senza offesa. Poi è stata trasferita in un ricovero per persone simili agli animali, senza offesa. Sola. Per capirsi, senza nessuno al mondo che le portasse un vestito, uno spazzolino da denti, un paio di scarpe, che tanto non le servono. Tutto ciò che ha, è fornito dallo stato sociale o dalla carità umana. Anche il caschetto che le copre la testa, per non fracassarsela quando si irrita con la vita, il che avviene fin troppo poco, data la sua situazione. Sola. Per capirsi, nessuno va a trovarla: mai.
Otto anni fa la Madonna di Medjugorje, o chissà che altro, ha consigliato a Cesare di occuparsi di Katia.
Quindi Cesare è diventato padre/nonno/fratello/familiare/amico di ciò che rimaneva del piccolo scarto umano. Giorno dopo giorno le ha insegnato a stare in piedi un po', a sorridere un po', a guardare fuori dalla finestra un po'. Ad aspettarlo, sempre.
Le compra spazzolini e scarpe inutili, si siede accanto a lei e non di fronte, l'ha portata persino a Lourdes "con l'aereo, eh?" (eh...).
Katia è inguardabile, ovviamente. E non solo Katia. Tutto il circo umano che abita dove abita Katia è inguardabile. Sotto quel tendone di dolore e marginalità, però, il numero per niente acrobatico di Cesare in camice bianco, più o meno illuminato dalla Vergine Regina della Pace, è un bell'esempio per chiunque.
martedì 4 ottobre 2016
Metaforicamente
Dieci giorni fa ho conosciuto Kevin. Ha 11 anni, vive a Brusson, in Val d'Ayas. Aveva in mano una vipera di legno snodabile, che sembrava proprio una vipera e infatti si era avvicinato a me facendola zigzagare fra le mie gambe, per spaventarmi. Ha un'indole scherzosa, Kevin. Frequenta la prima media ed è veramente sveglio. Si è lamentato perché l'insegnante di italiano è tremenda ("stronza?", ho chiesto... "di più", mi ha risposto sgranando gli occhi). Mi ha fatto anche il nome, della professoressa, che del resto non era valdostano. Kevin possiede (dice lui, ma immagino intenda la sua famiglia) 140 capre. Abbiamo chiacchierato dieci minuti e mi ha spiegato la differenza fra la razza di capra camosciata delle Alpi e la capra valdostana, che ha il mantello scuro, quasi nero, e le corna possenti adatte alle "battaglie delle capre", una sorta di gara a chi cede per primo. En passant, mi è sembra un tipo di confronto che mi appartiene. Ho assistito ad alcuni degli incontri eliminatori di una "battaglia" e non ho ben capito le regole, comunque il proprietario della capra, se si accorge che questa è poco propensa a scornarsi con la capra avversaria o la teme, la ritira. Ne rimarrà soltanto una, per dire...
Io non sapevo niente di questa storia della "battaglia delle capre" e forse ero l'unica al mondo, perché l'altro giorno persino Mauro Corona ne ha parlato su la Repubblica. Quindi, se ne parla Corona, che a me sta pure antipatico nonostante le origini comuni, allora mi sento autorizzata a raccontare di Kevin, delle sue capre che non sono arrivate nemmeno alle semifinali e della sua professoressa più che stronza.
Io non sapevo niente di questa storia della "battaglia delle capre" e forse ero l'unica al mondo, perché l'altro giorno persino Mauro Corona ne ha parlato su la Repubblica. Quindi, se ne parla Corona, che a me sta pure antipatico nonostante le origini comuni, allora mi sento autorizzata a raccontare di Kevin, delle sue capre che non sono arrivate nemmeno alle semifinali e della sua professoressa più che stronza.
sabato 17 settembre 2016
Deutschland über Alles # 06 - Amburgo
Nell'elenco di posti che vorrei vedere prima di accomiatarmi e di cose che vorrei fare, c'era Amburgo e un giro nel porto. Esperienza accessibile e in fondo molto banale. Quindi non c'è stato nulla di stupefacente, se non la giornata, i suoi colori e il contesto. Una città fotogenica, anche solo per la sua gradevole dimensione, maestosa e al tempo stesso umana. Dicono che gli abitanti siano un po' snob. Già l'accento lo denuncia, così dolce, quasi per nulla aspirato e meno aggressivo.
C'è di tutto, ad Amburgo, fritto misto di architetture, ideologie, età, razze e lingue, santi e puttane. Una gentilezza generale. O forse sono io, permeabile alla diversità.
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