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| Monkey World Ape Rescue Centre, Wareham, Dorset, UK (agosto 2015) |
Bicocca
Fausto Melotti, La sequenza, Milano
lunedì 7 settembre 2015
Bitmap # Percezione/02
venerdì 31 luglio 2015
Screenshot # 01 - Libertà
Cerco di non pensarci mai. O non di pensarci più. Poi oggi li vedo, sono sette, tutti bellissimi, la vernice impeccabile: azzurro, verdino, crème, bianco... Uno color mattone, sulla fiancata c'è dipinto un muro, da cui sbuca minaccioso un pugno, e la scritta "Freedom" . Già, la mia libertà sognata per tanti anni e poi sostituita da un succedaneo, che nonostante tutto, anche adesso che mi fingo ancora nomade e avventurosa sul mio Ducato dell'età matura, mi manca come un vecchio amante. A bordo dei Volkswagen T1 e T2, anni '70 appena svoltati, con tettuccio in canvas e ruota di scorta appesa al muso, c'erano tanti bei giovanotti e giovanotte (a parte un quarantenne capellone, solo), abbronzati, felici come pasque, piedi nudi fuori dal finestrino, radio a tutta gallara, qualche figlio piccolo, sacchi a pelo schiacciati contro i finestrini. Freedom, appunto.
Thaon les Vosges, Route N57. Li ho superati col cuore rotto e poi incollato.
mercoledì 6 maggio 2015
Il momento del commiato
Si comincia da piccoli, piccoli strappi all'abitudine. Basta scuola, basta compagni di banco, basta bicicletta con le ruote, basta fiocco rosa al collo. E poi è una sfilza di interruzioni. Basta amica F. Basta appartamento di via Poetessa, dove non avevo un metro quadrato tutto mio, ma che è l'unica casa che sogno ancora. Basta tuffi pazzi con i miei cugini, basta isola Palmaria, basta baci strampalati con B., occhi verdi e ignorantotto, che mi spiegava matematica sotto un albero di nespole (basta nespole). Basta liceo, con tutti suoi drammi e le sue notti in piedi a studiare. Basta Venezia, basta primo amore disperato. Basta famiglia. Basta Donegal, scoperta terminata. Basta nonni. Basta correre. Basta moto. Basta tenda. Basta mamma. Ultimi saluti improvvisi e del tutto inconsapevoli a uomini e donne e oggetti che non avrei rivisto mai più: legami sciocchi, legami meno sciocchi, luoghi bellissimi e luoghi bruttissimi, negozi spariti, piscine chiuse, spiagge erose, cinema rasi al suolo, amicizie evaporate, compagni di sventura, scrivanie abbandonate, tutta roba che pensi di rivedere domani o martedì prossimo o l'estate dopo e invece niente. E gli addii quelli voluti, vere e proprie liberazioni. Addio letto d'ospedale n. 12. Addio direttore infame che mi ha dato della scema per quattro anni. Addio parenti serpenti. Addio libri di trigonometria (addio seno e coseno!). Addio impermeabile beige degli inverni tristi. Addio capelli lunghi. Addio zoccoli. Poi ci sono gli addii allo stato delle cose. Quelli sono i più infidi. Percepisci che qualcosa è cambiato per sempre, e spesso in peggio. Avverti la modifica, quella definitiva: la resa. Non scii più. Non lavori più. Non ami più (quella persona, quel posto, quella cosa). E poi non ci pensi più (a quella persona, a quel posto, a quella cosa). Non ci credi più. Un addio a consistenti parti di noi stessi. Soppiantate da nuove facce, nuove guerre, nuove onde, nuove voci, nuovi dolori, nuove letture, nuovi saperi, nuove abitudini, nuove case. E, ancora, nuovi addii, mai ultimi, mai più primi.
giovedì 10 luglio 2014
Il nuovo che avanza
Bordone, per esempio, sostiene che un blog ha senso e funziona se è frequentato, se le persone lasciano un commento, se la platea è vasta e attiva. Addirittura si chiede se non sia il caso, il suo naturalmente, di farsi ospitare all'interno di una testata. Naturalmente io non ho la pretesa di una platea vasta e nemmeno attiva, forse modestamente mi accontento di chi ogni tanto si sente coinvolto o compreso o toccato o semplicemente guarda una mia foto e la trova bella. E lascia una riga.
Per continuare a fruire dei pensieri e delle idee di persone che mi interessano
(l'obiettivo di un blogger dovrebbe essere la condivisione, credo), mi ero creata un profilo Facebook anonimo, che mi permetteva di accedere alle pagine che mi interessavano. Facebook me l'ha bloccato, obbligandomi a fornire copia di un mio documento (provvisto di foto) per verificare la mia identità, anche se non avevo mai postato nulla (quindi non si trattava di una censura di merito).
Ci ho pensato un po', poi mi sono creata un nuovo profilo vero, con tanto di nome e cognome. La scelta dell'anonimato era dettata dal desiderio di non essere rintracciabile senza fatica da persone che evidentemente non avevano avuto interesse a frequentarmi per anni e che, solo grazie alla disponibilità di un database, erano mosse dalla curiosità di contattarmi. In ogni modo, si può sempre non rispondere alle richieste di amicizia e non accedere al profilo. Chi mi cercasse in questo modo, non avrà risposta. Pace.
Almeno potrò continuare a leggere chi mi interessa e se questo è il nuovo, che nuovo sia.
Resto invece fedele al mio piccolo Out of the box, perché credo che il tempo richiesto per immaginarlo e realizzarlo riesca a filtrare certe espressioni di avventatezza, certi impulsi un po' istintivi, e a scremare un po' di banalità: in ciascuno ce n'è una buona dose e, per quanto mi dolga ammetterlo, anche in me. Finché posso, scelgo ancora il vecchio stile. Sarà, ma secondo me a volte il nuovo che avanza, avanza male.
