Bicocca

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Fausto Melotti, La sequenza, Milano
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domenica 26 novembre 2017

Stai con la gente tua

Chi ha amato Paolo Volponi non può non lasciarsi av-volgere e tra-volgere dal flusso di memoria e riflessioni di Giorgio Falco, in "Ipotesi di una sconfitta". Forse tra i libri più belli che ho letto nella maturità, un viaggio dentro se stessi e nelle interiora di un Paese decomposto dalle radici, quarant'anni di storia del lavoro e di crescita o stallo individuali, di resilienza, di fatica, di tentativi, di sfinimento e forse, infine, di resa. Se non fosse lui, sarei io. Lo scrittore alla fine diventa scrittore, sopravvissuto (per ora?) al sistema che non lo riconosce e lo espelle come corpo alieno, nonostante la pervicacia nella sopravvivenza. "Stai con la gente tua", diceva Frank McCourt nelle "Ceneri di Angela", e quanto è vero, maledizione. Resta lì, giù la testa, con il tacco violento della condizione sociale che preme sulla tempia. Falco dà sostanza alla parola impronunciabile perché ormai assurta ad altro: umiliazione. La scrittura è magnifica, come l'analisi del mondo del lavoro, metafora della vita intera già scritta, o lo sguardo amaro e dolorosamente cinico, quasi umoristico, che pervade ogni pagina. Non è un libro per giovani. E' l'ipotesi struggente e vera di una sconfitta.

domenica 10 luglio 2016

Cuore freddo

Itinerario interessante fra morte e rinascita. Ho lasciato decantare "Riparare i viventi" per un anno, perché sono sempre sospettosa di fronte a successi editoriali con relative celebrazioni in ogni dove. Partendo dalla forma, la scrittura è epica, magnifica ma con uno stile fin troppo articolato, con riferimenti un po' esagerati da cogliere, soprattutto se si legge nottetempo o nelle attese della quotidianità. Poi a me personalmente piace la precisione nella narrazione, quindi niente da dire sulla perfetta aderenza del racconto al tecnicismo medico, da trattato di anatomia. Alla McEwan, per capirsi. L'autrice avrà chiesto una rilettura a un chirurgo e ha fatto bene, un certo distacco aiuta. Certo, un bell'esercizio, ma secondo me leggermente fuori contesto. Cioè, quando spieghi a una madre che suo figlio è morto, forse un livello più piano non nuoce. Detto questo, è bella l'idea di riassumere la vita di ogni personaggio che entra nella storia, sottraendolo così al ruolo funzionale per aprire altre storie dentro la storia, tra l'altro umanissime.
Ma: poi le devi chiudere, 'ste storie! Mi chiedo ancora come sia finita la vicenda sentimentale dell'infermiera o a chi siano stati impiantati i reni (e le chirurghe alsaziane?).

Insomma, visto che non si poteva menarla troppo lunga (per ovvie ragioni), a un certo punto Maylis de Kerangal ha sterzato e via, tutti a casa. E pazienza se manca qualche pezzo.
Romanzo corale, che abbraccia una storia di eccezionale normalità, solleva dal lutto per rigenerare speranza. Salvare il cuore, per salvare tutti. Riparare, questo, non lo so.

lunedì 27 giugno 2016

La futura convivenza

Non sono appassionata di letteratura araba o mediorientale, lo ammetto. Lo sento un mondo distante da me e, colpevolmente, non ne sono incuriosita più di tanto.
Sono flaccidamente adagiata sulla cultura occidentale, anche se capisco che sia un limite ecc. Però ho accolto la segnalazione di una mia amica, incappata per lavoro in 
Amara Lakhous, algerino che vive in Italia da molto tempo e scrive in italiano, con una passioncella per i nostri dialetti e una visione della realtà antropologica e filosofica
(è filosofo e antropologo, in effetti), sorridente e amara al tempo stesso.
Niente di che, ma i suoi “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio” e “Divorzio all’islamica a viale Marconi” mi sono piaciuti. Sarà che ho ritrovato in queste pagine l'universo del mio “civico 12” , alle cui palpitazioni assisto dal ballatoio si casa mia
(ne ho parlato 
qui e qui e qui). Sarà che mi piace una certa idea di convivenza,
fatta di odori e colori e pregiudizi e sorprese e sorrisi e rabbie e urla e volumi e piante
(a proposito, ormai al terzo piano c'è una serra!). Sarà che la lettura è snella
e confortante, non originale ma riflessiva, e quanto mai attuale. E poi ti conduce istintivamente dalla parte giusta, anche se non ne hai bisogno. Alla faccia di Salvini.

venerdì 13 maggio 2016

Danzando con Mr. Bojangles

Pur nell'elogio della menzogna, in "Aspettando Bojangles" del giovane francese Olivier Bourdeaut, ci dev'essere molta verità. La meraviglia, in senso proprio, della follia, filtrata senza stupore dallo sguardo di un bambino. La stravaganza che "occupa l'intero quadrante dell'orologio, depredando ogni istante". Questa storia d'amour fou non è per tutti, perché per sorriderne e piangerne, probabilmente, è necessaria la traversata della "dolce marginalità", che a volte è amara, amarissima, si incolla ai vestiti, agli odori, ai sapori, alla vita intera. 
Breve, struggente, poetico, onirico, improbabile, disperato, ahimè vero. L'ho letto per caso, come molte volte mi capita, quando le storie come questa mi vengono a cercare, mi abitano e non se ne vogliono più andare. Si vede che si trovano bene.

"Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una bella storia, voi che sapete mentire così bene".

domenica 1 maggio 2016

La meravigliosa compagnia

Sono due mesi che lo voglio scrivere...
Bisogna:
- aver vissuto un po' di anni: ce l'ho;
- amare la Francia (e il francese): ce l'ho;
- interessarsi di sociologia: ce l'ho;
- essere femmina: ce l'ho;
- aver voglia di ripercorrere la storia collettiva dalla seconda guerra mondiale in poi e le sue transizioni: ce l'ho;
- avere in dote un po' di disincanto e il gusto della parola: ce l'ho.
A questo punto la straordinaria Annie Ernaux (Il posto, Gli anni, L'onta, L'usage de la photo, Non sono più uscita dalla mia notte) diventa la voce narrante di tutta la vita possibile.
Mai più senza. 

Santiddio, che meravigliosa compagnia.

venerdì 2 ottobre 2015

Dal poco al tanto

A volte il cazzeggio sui giornali può avere conseguenze imprevedibili, con un vorticoso svolazzo mentale. Si fa un gran parlare (scrivere) del "lobster roll", il panino all'aragosta "che se non l'hai mai assaggiato sei un pezzente". Io quando sento la parola "aragosta" penso a un articolo sulle lobster-boat, le barche per la pesca alle aragoste del Maine, che pubblicò la rivista di nautica per cui lavoravo tempo fa. Un tuffo nel passato, per intenderci, anche bagnato di nostalgia. Bei tempi... E in seconda battuta mi rifugio nel genio di David Foster Wallace: da "Considera l'aragosta" a "Oblio", da "La scopa del sistema" a "Infinite Jest", a "Una cosa divertente che non farò mai più"... Vabbè, non gliel'ho perdonata, quella di avermi abbandonato. Ma si sapeva...

(ah: ho riletto l'aragosta... piccolo gioiellino filosofico).

sabato 16 maggio 2015

La compagnia di Carrère

Ce l'ho fatta. Sono arrivata in fondo. Al "Regno" di Carrère, intendo. Un vero atto di fede,
è il caso di dire. A parte l'argomento Gesù e compagnia di giro, che non mi appassiona
(e questo è un male, denuncia infatti la mia ignoranza o almeno la mia conoscenza approssimativa), ho trovato le oltre 400 pagine un discorso lungo e a volte pedante, ahimè poco organico, ondeggiante fra la demolizione della figura di Paolo e l'interpretazione di quella di Luca, con qualche appassionante incursione storica (che mi avvicinava e incuriosiva) e qualche giustificazione personale (anche).
Ma: se ho resistito, lo devo alla scrittura di Carrère, restituita magnificamente dal traduttore Francesco Bergamasco. E fra molta ridondanza, le ultime venti pagine meritano da sole la fatica. Diciamo che non mi sento mai sola, quando leggo Carrère. Basta e avanza per leggerlo anche nelle notti difficili, quando la luce della coscienza non vuole affievolirsi.

domenica 8 marzo 2015

Il vecchio che c'è in me


Da lettrice che vuol essere consolata, mi piace identificarmi con un personaggio
(meglio se il protagonista, visto che sono smodatamente egocentrica). E poi mi piace quando una donna scrive da uomo, un uomo scrive da donna, un uomo scrive da bambino e un giovane scrive da vecchio: e ci riescono. E mi piace anche essere capita, nelle mie paturnie.
Allora: a me La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone è piaciuto tanto, per tutti questi motivi e anche per molti altri. L’ho scoperto per caso, nonostante l’editore (Longanesi). La storia non è importante, o forse sì. Diciamo che un anziano signore guarda il mondo con disincanto, un po’ scontroso, un po’ ironico, un po’ saccente e in un bagno di onestà. La vita, con tutte le sue cosette, quelle lì, i cui spigoli dolgono quando l’anima si muove, anche impercettibilmente. Chiamiamoli errori, chiamiamoli destino. Il finale è stilisticamente e strutturalmente perfetto, oltre che poetico.

(Ah, sul suo sito c’è scritto che vuole fare un Coast to Coast con un vecchio furgone Volkswagen. L’ho letto dopo il libro, e forse è per questo che mi è piaciuto. Ha scavato nel mio passato senza dirmelo).

mercoledì 25 febbraio 2015

Leggere e pensare

A margine del dibattito se Mondadori debba o no acquistare RCS, sono moltissime le considerazioni che nascono e popolano siti, blog e compagnia di giro. 
Per esempio, Umberto Eco su Repubblica dedica più attenzione alla preoccupazione per il monopolio dello Strega che non al problema del numero di lettori in Italia, che si sta sempre più erodendo (in linea con il precipizio etico e culturale di questo Paese). Sette italiani su dieci non leggono mai, preferendo evidentemente trascorrere il proprio tempo su fb o in altre forme di ricreazione.
"Un gruppo talmente potente (Mondadori) è una minaccia per la libertà di espressione. In termini di libero mercato è vero che spesso le concentrazioni sono economicamente inevitabili, ma il sistema rimane sano quando si attua ancora una concorrenza tra concentrazioni diverse. Ma quando esiste un gruppo più potente di tutti è la libera concorrenza che entra in crisi", dice Eco. Di parere contrario Busi, ma si sa, Busi è così. 
Quello che mi stupisce è il silenzio di Eco e dei suoi sodali su Amazon e sulle sue politiche, sul significato della lettura oggi, sulla diffusione (vertiginosa negli USA, molto meno importante in Italia) del libro elettronico, sulla figura del lettore che oggi è stato promosso ad autore e/o critico letterario, scalzando l'intermediario editore/editor/critico. La rivoluzione, per come la vedo io, sta nel fatto che il giudizio non si forma più nella patria di chi "crea" ma in quella di chi "fruisce" un'opera letteraria e questo cambia tutto lo scenario. Per esempio, il proliferare di opere autopubblicate (e la qualità? è demandata solo al passaparola?), o la strabordante pubblicazione di titoli illeggibili, anche di autori conclamati ma sostenuti da un marketing al limite della decenza (vedi il passaggio da Fazio ecc.), non meritano un'analisi un po' più approfondita, che affianchi il timore del monopolio editoriale? Di quale monopolio stiamo parlando? Ed è l'unico? E poi, quanto incide il prezzo della fruibilità? 
Segnalo questo intervento di Oliviero Ponte di Pino, per chi fosse interessato. Che poi, di cultura si potrebbe anche mangiare. O no?
http://www.illibraio.it/le-quattro-grandi-guerre-dei-libri-183131/ 

mercoledì 3 dicembre 2014

La vite tagliata

C'era dentro tutto, i libri, la poesia, l'amicizia, i figli, la malattia, la delusione, l'ideologia, la perdita, la morte, la ragione, il dolore. Tutto.
Quindi, alla fine de "La banda del formaggio", io ho pianto tanto, proprio come "una vite tagliata", come dice lui (Paolo Nori).

venerdì 28 novembre 2014

Parole senza volto e senza voce

C'è una corrente di pensiero che sostiene che non bisognerebbe mai conoscere di persona gli scrittori che amiamo, perché l'individuo - in sé - potrebbe deluderci o irritarci. 
La tentazione è tuttavia molto forte, c'è della morbosità: che faccia ha Carrère? come sorride (se sorride) McEwan? quanto è stronzo (se lo è) Carofiglio? Foster Wallace ce lo ricordiamo?
Le parole che ci confortano e che ci comprendono, ci esaltano, ci fanno ridere o piangere, corrispondono alle qualità della persona che le ha scritte? E poi, tutte 'ste marchette in televisione o nelle Feltrinelli di turno, cosa c'entrano con la scrittura?

Ieri, dopo aver letto una cosa, ho scritto a una persona: "Mai letto niente di Paolo Nori?" (secondo me potrebbe scivolargli dentro). Risposta: "Mi è  sempre  sembrato  antipatico". E in effetti, Nori non ispira simpatia. Semmai empatia. Ecco, io quando leggo Nori mi sento travolta dalla sua amarezza e dal suo disincanto, espresso con quel modo lì, quello stile che esonda sempre, una scrittura incontenuta, una massa di idee che passano attraverso il colino delle regole sintattiche, inarrestabili. Insomma, se non disturba, il suo flusso di pensieri è avvolgente, penetrante. Per me è consolatorio, nella sua profonda tristezza.
A suo tempo me l'ha consigliato la mia amica C. cui sono grata, oltre che per milioni di altre cose, anche per questo. Di lui ho letto:

Bassotuba non c’è
Si chiama Francesca, questo romanzo
Grandi ustionati
Pancetta
Noi la farem vendetta
La vergogna delle scarpe nuove
Mi compro una Gilera
La banda del formaggio (quello che stavo leggendo ieri...)
E poi ora è uscito quello nuovo, Siamo buoni se siamo buoni. 

Che è lì, che mi aspetta. Il libro, intendo, perché lui, Nori, non lo voglio né vedere né sentire.



lunedì 22 settembre 2014

Il gioco crudele dei libri preferiti

Raccolgo l'invito della mia amica Ilaria, etereo e poetico e ispirato Pesce volante (http://ilpescevolante.blogspot.it), che ringrazio, e mi cimento anch'io nella lista dei dieci libri che amo/ho amato di più.
L'elenco non è emotivamente né letterariamente corretto, comprende ciò che qui e oggi mi viene in mente; l'avessi scritto ieri (o lo scrivessi domani) forse sarebbe diverso... Diciamo che colgo il mio attimo, così. Restano fuori dei gran capolavori, perché in questo momento non ci sto pensando, e magari anche delle cazzate, che però mi hanno aiutato a vivere.
Ma per gli elenchi c'è sempre tempo. Soprattutto elenchi di libri.
L'ordine è casuale, ça va sans dire.

Pastorale americana, Philip Roth
Il taccuino d'oro, Doris Lessing
Il club degli incorreggibili ottimisti, Jean-Michel Guenassia
Limonov, Emmanuel Carrère
Il nome della rosa, Umberto Eco
Delitto e castigo, Fëdor Dostoevskij
Il sole dei morenti, Jean-Claude Izzo
Che tu sia per me il coltello, David Grossman
Guerra e pace, Lev Tolstoj
Sabato, Ian McEwan

E mentre scrivevo questi, ho già cambiato tre titoli, e mi sono già rammaricata di averne lasciato fuori altri, e quelli fondanti della mia gioventù? E quelli degli anni belli? E Pessoa? E Dante, allora? E Montale (tutto)? E i francesi? E Steimbeck? E gli irlandesi? Ma come si fa... no, è un gioco crudele, questo.