Bicocca

Bicocca
Fausto Melotti, La sequenza, Milano

venerdì 31 luglio 2015

Screenshot # 01 - Libertà

Cerco di non pensarci mai. O non di pensarci più. Poi oggi li vedo, sono sette, tutti bellissimi, la vernice impeccabile: azzurro, verdino, crème, bianco... Uno color mattone, sulla fiancata c'è dipinto un muro, da cui sbuca minaccioso un pugno, e la scritta "Freedom" . Già, la mia libertà sognata per tanti anni e poi sostituita da un succedaneo, che nonostante tutto, anche adesso che mi fingo ancora nomade e avventurosa sul mio Ducato dell'età matura, mi manca come un vecchio amante. A bordo dei Volkswagen T1 e T2, anni '70 appena svoltati, con tettuccio in canvas e ruota di scorta appesa al muso, c'erano tanti bei giovanotti e giovanotte (a parte un quarantenne capellone, solo), abbronzati, felici come pasque, piedi nudi fuori dal finestrino, radio a tutta gallara, qualche figlio piccolo, sacchi a pelo schiacciati contro i finestrini. Freedom, appunto.
Thaon les Vosges, Route N57. Li ho superati col cuore rotto e poi incollato.

martedì 14 luglio 2015

Siamo feriti quanto basta

(la grande nostalgia: mi manca Jannacci, spesso...)

https://www.youtube.com/watch?v=0bZguPqe98A


Mario
forse l'unica cosa di buono che tu hai fatto nella vita
Mario
è non avere voluto figli
così non hai fregato il mondo
tra vent'anni chissà in quanti saremo
in quanti rideremo?
ma ci pensi, sul treno
tutti impazziti a chiederci dove andremo?

Mario
ma tu guarda i miliardi che spendono
a togliere i sassi alla luna nel cielo
questi prendono, vanno, tornano
non fanno niente, è solo un volo
noi quaggiù ci sbraniamo, gridiamo ti amo
e chi la sente la povera gente?

Gente
ognuno la pensa in maniera diversa
eh, ognuno ha la sua testa
per lo meno un figlio ti fa compagnia,
ma poi scappa e vola via
poi che c’entra la terra e la luna?
son sempre gli stessi ad avere fortuna

Mario
non ti resta che l'amore
Mario
hai capito la canzone

Mario
io ti vedo passare alle sei di mattina
te e la tua bicicletta
Mario
due speranze nel cuore, un po' di giardino
e un sogno, la tua casetta
alla sera ti fermi nel bar qui vicino
giusto per bere un bicchiere
e nel bianco degli occhi, nel rosso del vino
muoiono le sere

Mario
la domenica arriva sempre in ritardo
pallida e senza fiato
con te spaesato che inciampi negli anni
e anneghi in un quarto di vino
chi lo sa, forse è giusto, forse è un errore
chissà, sarà destino...

Mario
non ti resta che l'amore
Mario
hai capito la canzone

Mario
le slacciavi la gonna, sudavi, ridevi
ti spogliavi sempre in fretta
Mario
le dicevi, ti amo, ti voglio, sei mia
le offrivi la tua sigaretta
ma serviva soltanto per guardarla fumare
per scherzare con l’amore
ti serviva per darti dell’uomo
che spoglia ogni sera una donna diversa

Diversa
ma è anche diversa la sera
che si è regalata la tua donna
una sera più sua
o solo una sera diversa dalla tua
la tua è un ricordo e basta
la sua è un grande buco nero nella tua testa

Mario
non ti resta che cantare
Mario
non c'è più la tua canzone

Mario
ti ho sentito gridare, agitarti, spiegare
ho fatto una nuova scoperta
Mario
dicevi, adesso mi alzo
e vado ad aprire anche l'ultima porta
Ora esco, io provo a sparire
vado a dissolvermi in cometa,
quanto basta per non sentirlo più
il ritmo strano della vita

Mario
io faccio il cantante, è vero
e suono e vesto solo idee
ma lo stesso io dico
dov’è che si cambia sparandosi un colpo qui, in testa?
lascia fare alla vita questa vecchia fatica
siamo feriti quanto basta...

Mario
non ti resta che ascoltare
l'eco che hanno messo nel finale...

venerdì 29 maggio 2015

Il linguaggio del silenzio

Non sono molto portata per le lingue. Eppure mi danno da mangiare, quindi devo chinare la testa e sognare che gli anni che passano non mi tolgano la prontezza e la curiosità per mantenere quelle che parlicchio (o leggicchio). L'interesse ci sarebbe, è proprio l'attitudine che manca. Quattro anni di tedesco mi hanno dato molto sul momento, ma ho assimilato poco e con fatica, innescando per fortuna lo stupore quando un significato galleggia di nuovo nel mio stagno culturale. Mi stizziva attraversare la Germania e non capire cartelli e articoli in vendita nei negozi. Problema quasi risolto; altro è una conversazione poco più che minima con un teutonico. Ma  insomma, non si può avere tutto.
In coda nei miei desideri c'è anche il russo, pensiero fisso che sta lì, da decenni, in attesa di trovare il tempo e il coraggio di apprendere almeno le basi. Quella per la Russia è una passione antica, che pesca fra le memorie di un viaggio in URSS ai tempi del liceo, indimenticabile scoperta di un mondo che non esiste più.
I russi, sì, con tutta "quella roba lì"...

Ma c'è un'altra lingua che vorrei sapere, e bene: quella dei segni. Mi affascina in quanto inaccessibile mezzo di comunicazione, che supera il limite della parola per cogliere l'essenziale, purgato da fronzoli e aggettivi. Sono consapevole che è una ricchezza non voluta di chi non parla e/o non sente, che volentieri rinuncerebbe a quelle smorfie e a quegli arabeschi in aria per poter chiacchierare, urlare, discutere, spiegare o dire soltanto una battuta. Lo so, e non intendo ferire nessuno. Però quando ieri ho visto una coppia di signori in coda in libreria, che "parlavano" di libri nel loro silenzio assoluto, senza essere raggiunti dalla musica ad alto volume, dai capricci di un bambino, dagli squittii di due ragazzine con Henry Potter in mano, dal "bip" del lettore di codice a barre, io li ho invidiati, nella loro purissima comunicazione. Ho immaginato la gioiosa condivisione (e chissà se ho immaginato bene!) per essersi concessi il libro di Zerocalcare e quello di Benni, pregustando la serata sul divano. Poi lui un po' innervosito dall'attesa si è allontanato e ha lasciato lei alla cassa, che con pochi cenni e un grazie stentato, finalmente, ha pagato e ritirato il suo bottino.
E chissà, magari invece spettegolavano sul destinatario del regalo. O si rimbeccavano per un malinteso vecchio di tre giorni, o programmavano il fine settimana. O si raccontavano la giornata. E poi, comunque, erano fatti loro. E io lì, impalata, a fissare le mani che volteggiavano e poi il sorriso di lei, con un piccolo inchino e la mano che saluta.

venerdì 22 maggio 2015

La California quella vera

La mia mamma aveva una Dyane. Verde. Gliel'hanno rubata e lei ne ha comprato un'altra. Arancione. Ho imparato a guidare con il cambio accanto al volante, con i finestrini che si ribaltavano all'esterno, per metà. Oggi, leggendo orearovescio.wordpress.com/2015/05/18/due-cavalli-un-po-bastardi/, mi sono ricordata di un viaggio io e lei, da sole, all'inizio di agosto di tanto tempo fa, lungo l'Aurelia, da Livorno in giù (non esisteva allora la A12...). Papà, i nonni e mia sorella davanti, in una macchina "normale". Noi con calma, a 90 all'ora, macchina carica di masserizie, partite dopo e arrivate con il buio. Sono stati anni terribili, i miei vent'anni, ma ricordo sorridendo Cecina, e La California (ridemmo tanto... "Mamma, andiamo in California!") e poi una deviazione a Bolgheri, i cipressi, Castagneto e Donoratico... piano, in coda, e poi San Vincenzo. Fu quello, forse, il nostro unico viaggio. Venticinque anni dopo, o forse più, il viaggio insieme è stato molto più lungo e l'ultimo. Senza nemmeno la Dyane.

Thank you, David

Vabbè, mi sono riguardata l'ultima puntata di David Letterman e quando ha detto "Thank you and good night" senza sorridere mi si è spezzato un ennesimo, piccolo, sciocco, autentico, curioso, ironico e sconsolato pezzo di cuore.

sabato 16 maggio 2015

La compagnia di Carrère

Ce l'ho fatta. Sono arrivata in fondo. Al "Regno" di Carrère, intendo. Un vero atto di fede,
è il caso di dire. A parte l'argomento Gesù e compagnia di giro, che non mi appassiona
(e questo è un male, denuncia infatti la mia ignoranza o almeno la mia conoscenza approssimativa), ho trovato le oltre 400 pagine un discorso lungo e a volte pedante, ahimè poco organico, ondeggiante fra la demolizione della figura di Paolo e l'interpretazione di quella di Luca, con qualche appassionante incursione storica (che mi avvicinava e incuriosiva) e qualche giustificazione personale (anche).
Ma: se ho resistito, lo devo alla scrittura di Carrère, restituita magnificamente dal traduttore Francesco Bergamasco. E fra molta ridondanza, le ultime venti pagine meritano da sole la fatica. Diciamo che non mi sento mai sola, quando leggo Carrère. Basta e avanza per leggerlo anche nelle notti difficili, quando la luce della coscienza non vuole affievolirsi.