Al posto di Facebook sul cellulare ho un'app fantastica: si chiama PeakFinder Earth. Per soli 3 euro e 70 (e sembra che Amazon l'abbia anche regalata, una volta!), è possibile segnalare la propria posizione, attivare la bussola (a meno che non ci muova su se stessi come deficienti per capire dove ci si trova) e magicamente appare una linea nera su fondo bianco, semplice semplice, che disegna il profilo di tutte le vette circostanti (si individuano benissimo dalla forma) e il loro nome. Se si tocca la cima, si apre la finestrella con i dati: altitudine, coordinate ecc. Si può usare in tutto il mondo e non serve Internet (basta un cellulare con il GPS). Ma non è una meraviglia? Tipo le mappe di Google, ma per le montagne. C'è anche il sito, volendo: www.peakfinder.org/it
Mai più senza.
P.S.: le app provate in precedenza non funzionavano mai: finalmente qualche genio ha provveduto.
Bicocca
Fausto Melotti, La sequenza, Milano
lunedì 11 maggio 2015
mercoledì 6 maggio 2015
Il momento del commiato
Argomento difficile, quello dell'addio. Galleggia sulla mia coscienza da un po', mentre con il tempo annovero saluti definitivi a cose, persone, luoghi, idee, sogni, più o meno importanti.
Si comincia da piccoli, piccoli strappi all'abitudine. Basta scuola, basta compagni di banco, basta bicicletta con le ruote, basta fiocco rosa al collo. E poi è una sfilza di interruzioni. Basta amica F. Basta appartamento di via Poetessa, dove non avevo un metro quadrato tutto mio, ma che è l'unica casa che sogno ancora. Basta tuffi pazzi con i miei cugini, basta isola Palmaria, basta baci strampalati con B., occhi verdi e ignorantotto, che mi spiegava matematica sotto un albero di nespole (basta nespole). Basta liceo, con tutti suoi drammi e le sue notti in piedi a studiare. Basta Venezia, basta primo amore disperato. Basta famiglia. Basta Donegal, scoperta terminata. Basta nonni. Basta correre. Basta moto. Basta tenda. Basta mamma. Ultimi saluti improvvisi e del tutto inconsapevoli a uomini e donne e oggetti che non avrei rivisto mai più: legami sciocchi, legami meno sciocchi, luoghi bellissimi e luoghi bruttissimi, negozi spariti, piscine chiuse, spiagge erose, cinema rasi al suolo, amicizie evaporate, compagni di sventura, scrivanie abbandonate, tutta roba che pensi di rivedere domani o martedì prossimo o l'estate dopo e invece niente. E gli addii quelli voluti, vere e proprie liberazioni. Addio letto d'ospedale n. 12. Addio direttore infame che mi ha dato della scema per quattro anni. Addio parenti serpenti. Addio libri di trigonometria (addio seno e coseno!). Addio impermeabile beige degli inverni tristi. Addio capelli lunghi. Addio zoccoli. Poi ci sono gli addii allo stato delle cose. Quelli sono i più infidi. Percepisci che qualcosa è cambiato per sempre, e spesso in peggio. Avverti la modifica, quella definitiva: la resa. Non scii più. Non lavori più. Non ami più (quella persona, quel posto, quella cosa). E poi non ci pensi più (a quella persona, a quel posto, a quella cosa). Non ci credi più. Un addio a consistenti parti di noi stessi. Soppiantate da nuove facce, nuove guerre, nuove onde, nuove voci, nuovi dolori, nuove letture, nuovi saperi, nuove abitudini, nuove case. E, ancora, nuovi addii, mai ultimi, mai più primi.
Si comincia da piccoli, piccoli strappi all'abitudine. Basta scuola, basta compagni di banco, basta bicicletta con le ruote, basta fiocco rosa al collo. E poi è una sfilza di interruzioni. Basta amica F. Basta appartamento di via Poetessa, dove non avevo un metro quadrato tutto mio, ma che è l'unica casa che sogno ancora. Basta tuffi pazzi con i miei cugini, basta isola Palmaria, basta baci strampalati con B., occhi verdi e ignorantotto, che mi spiegava matematica sotto un albero di nespole (basta nespole). Basta liceo, con tutti suoi drammi e le sue notti in piedi a studiare. Basta Venezia, basta primo amore disperato. Basta famiglia. Basta Donegal, scoperta terminata. Basta nonni. Basta correre. Basta moto. Basta tenda. Basta mamma. Ultimi saluti improvvisi e del tutto inconsapevoli a uomini e donne e oggetti che non avrei rivisto mai più: legami sciocchi, legami meno sciocchi, luoghi bellissimi e luoghi bruttissimi, negozi spariti, piscine chiuse, spiagge erose, cinema rasi al suolo, amicizie evaporate, compagni di sventura, scrivanie abbandonate, tutta roba che pensi di rivedere domani o martedì prossimo o l'estate dopo e invece niente. E gli addii quelli voluti, vere e proprie liberazioni. Addio letto d'ospedale n. 12. Addio direttore infame che mi ha dato della scema per quattro anni. Addio parenti serpenti. Addio libri di trigonometria (addio seno e coseno!). Addio impermeabile beige degli inverni tristi. Addio capelli lunghi. Addio zoccoli. Poi ci sono gli addii allo stato delle cose. Quelli sono i più infidi. Percepisci che qualcosa è cambiato per sempre, e spesso in peggio. Avverti la modifica, quella definitiva: la resa. Non scii più. Non lavori più. Non ami più (quella persona, quel posto, quella cosa). E poi non ci pensi più (a quella persona, a quel posto, a quella cosa). Non ci credi più. Un addio a consistenti parti di noi stessi. Soppiantate da nuove facce, nuove guerre, nuove onde, nuove voci, nuovi dolori, nuove letture, nuovi saperi, nuove abitudini, nuove case. E, ancora, nuovi addii, mai ultimi, mai più primi.
venerdì 1 maggio 2015
Piccole storie nobili
Un mese di silenzio. Mi sono astenuta dalla scrittura, non dal pensiero. Nel frattempo fiumi, oceani di parole hanno invaso i social network, su ogni argomento. Dall'immigrazione alla legge elettorale, dalla Resistenza alla Siria, dal Nepal (ora dicono tutti Nepàl) all'Expo. Tutti che vomitano e ripostano e taggano e segnalano miliardi di commenti, un'ingordigia di presenzialismo, un ammasso di opinioni o di informazioni, a volte distorte, che mi hanno stomacato. Me ne sono allontanata, nauseata, chiedendomi cosa potessi mai aggiungere di veramente interessante per questa folla di esternatori, tutti con molto tempo a disposizione, evidentemente.
Forse qualche storia nuova, minima, inutile. L'ho cercata intorno a me e ne ho trovate tante. Piccole fotografie da mondi ben lontani da chi si sbraccia contro Salvini (giustamente) o invoca una solidarietà che forse è stata rasa al suolo da anni di opacità etica.
E così ecco V., che dopo due anni ha trovato un lavoro e piange e ringrazia chi gli ha dato una mano; B., che mi ha guardato con occhi scuri di rimprovero, perché non vado mai a trovarla (http://berelesen.blogspot.it/search/label/dolore), a cui non posso spiegare che non vado a trovare nemmeno me stessa, per lo stesso motivo; L., macellaio al supermercato, che è stato assunto a tempo indeterminato a 22 anni proprio quando è nata la sua bambina e a cui ho augurato un mondo di gioia; G., che invece ha scoperto che il suo bambino ha una malattia brutta-brutta, di quelle che fanno venire i brividi solo a nominarle e non dorme di notte e chissà cosa lo aspetta; E., che rincorre sogni acerbi e non sa bene dove andare, in questo mondo assurdo, con i suoi 15 anni alti e belli e faticosi e incompleti; F., che mi fa dannare, con la sua vecchiaia senza scopo, sempre sul filo di un precipizio, funambolo incerto e stufo della vita, che oscilla pericolosamente, in bilico fra ricordi che sfumano e un domani sempre peggiore.
E mille altre ne avrei. Lo farò, con moderazione. Ho già un elenco pronto di argomenti, che si allunga su un post-it mentale, quando corrispondo con alcune anime belle.
La primavera tarda e lo so già, tra una settimana la temperatura esploderà e inizierò a lamentarmi del caldo.
Buon Primo Maggio, tutto da riconsiderare.
Forse qualche storia nuova, minima, inutile. L'ho cercata intorno a me e ne ho trovate tante. Piccole fotografie da mondi ben lontani da chi si sbraccia contro Salvini (giustamente) o invoca una solidarietà che forse è stata rasa al suolo da anni di opacità etica.
E così ecco V., che dopo due anni ha trovato un lavoro e piange e ringrazia chi gli ha dato una mano; B., che mi ha guardato con occhi scuri di rimprovero, perché non vado mai a trovarla (http://berelesen.blogspot.it/search/label/dolore), a cui non posso spiegare che non vado a trovare nemmeno me stessa, per lo stesso motivo; L., macellaio al supermercato, che è stato assunto a tempo indeterminato a 22 anni proprio quando è nata la sua bambina e a cui ho augurato un mondo di gioia; G., che invece ha scoperto che il suo bambino ha una malattia brutta-brutta, di quelle che fanno venire i brividi solo a nominarle e non dorme di notte e chissà cosa lo aspetta; E., che rincorre sogni acerbi e non sa bene dove andare, in questo mondo assurdo, con i suoi 15 anni alti e belli e faticosi e incompleti; F., che mi fa dannare, con la sua vecchiaia senza scopo, sempre sul filo di un precipizio, funambolo incerto e stufo della vita, che oscilla pericolosamente, in bilico fra ricordi che sfumano e un domani sempre peggiore.
E mille altre ne avrei. Lo farò, con moderazione. Ho già un elenco pronto di argomenti, che si allunga su un post-it mentale, quando corrispondo con alcune anime belle.
La primavera tarda e lo so già, tra una settimana la temperatura esploderà e inizierò a lamentarmi del caldo.
Buon Primo Maggio, tutto da riconsiderare.
venerdì 3 aprile 2015
Dimensione Danza
Il signor Carmelo io me lo ricordo vent'anni fa, quando faceva il muratore. Ne sono proprio sicura. Poi ha aperto un minilaboratorio e adesso è sarto. Ha i modelli appesi al muro e i manichini e l'asse da stiro e il metro sulla spalla.
Un giorno gli ho chiesto "Ma lei non faceva il muratore?"
"Ma no, io sono sempre stato sarto!", quasi offeso.
Eppure ci giurerei. Lo vedevo sempre tutto sporco di calce e mi domandavo come facesse, così esile, a sollevare un sacco di malta da 50 chili.
Comunque, ora stringe le gonne e accorcia i pantaloni in diretta concorrenza con i cinesi, che dopo i ristoranti (anche suhi e asian e thai e pizzerie), i negozi di parrucchieri, i centri massaggi più o meno terapeutici - e certamente lo sono -, hanno aperto i laboratori di sartoria in tutto il quartiere. E meno male, manna dal cielo, visto che la macchina per cucire di mia mamma, che ho strappato a mia zia con scatto felino, giace inutilizzata per la mia dichiarata incapacità.
Un pomeriggio della scorsa settimana ho incontrato il signor Carmelo, era sulle spine: aspettava la sua compagna, che era in ritardo. "Di ballo", ha precisato. Sì, perché lui è un ballerino provetto. Balli da sala, direbbe la mia piccola Valentina. Abbiamo scambiato due parole, mi ha mostrato le scarpe (anche lui!!), mi ha confessato che il tango è troppo impegnativo per la sua schiena (ma non si caricava i sacchi di cemento? ah, forse è per quello...), polca e mazurca e salsa sono più divertenti.
"Lei balla?"
"No, purtroppo", ho detto.
"Perché?"
"Mah... non so...".
"Provi! Se prova, non smette più".
Per un istante mi sono immaginata, goffa e scoordinata, fra signore e signori in età, in una balera del Gallaratese, o con i gggiovani fighi e in costumi attillati del Centro Dimensione Danza Solaria Ballo Liscio Accademia di Sticazzi...
Poi fortunatamente è arrivata la signora trafelata e cotonata e ritardataria "Eccomi, eccomi..." e si sono incamminati di corsa verso la fermata del metrò. Io ho inforcato la bicicletta, sotto la pioggia, ho sentito il crack del ginocchio, altro che ballare, e via, al lavoro.
Ma non è che mi sto perdendo qualcosa?
Un giorno gli ho chiesto "Ma lei non faceva il muratore?"
"Ma no, io sono sempre stato sarto!", quasi offeso.
Eppure ci giurerei. Lo vedevo sempre tutto sporco di calce e mi domandavo come facesse, così esile, a sollevare un sacco di malta da 50 chili.
Comunque, ora stringe le gonne e accorcia i pantaloni in diretta concorrenza con i cinesi, che dopo i ristoranti (anche suhi e asian e thai e pizzerie), i negozi di parrucchieri, i centri massaggi più o meno terapeutici - e certamente lo sono -, hanno aperto i laboratori di sartoria in tutto il quartiere. E meno male, manna dal cielo, visto che la macchina per cucire di mia mamma, che ho strappato a mia zia con scatto felino, giace inutilizzata per la mia dichiarata incapacità.
Un pomeriggio della scorsa settimana ho incontrato il signor Carmelo, era sulle spine: aspettava la sua compagna, che era in ritardo. "Di ballo", ha precisato. Sì, perché lui è un ballerino provetto. Balli da sala, direbbe la mia piccola Valentina. Abbiamo scambiato due parole, mi ha mostrato le scarpe (anche lui!!), mi ha confessato che il tango è troppo impegnativo per la sua schiena (ma non si caricava i sacchi di cemento? ah, forse è per quello...), polca e mazurca e salsa sono più divertenti.
"Lei balla?"
"No, purtroppo", ho detto.
"Perché?"
"Mah... non so...".
"Provi! Se prova, non smette più".
Per un istante mi sono immaginata, goffa e scoordinata, fra signore e signori in età, in una balera del Gallaratese, o con i gggiovani fighi e in costumi attillati del Centro Dimensione Danza Solaria Ballo Liscio Accademia di Sticazzi...
Poi fortunatamente è arrivata la signora trafelata e cotonata e ritardataria "Eccomi, eccomi..." e si sono incamminati di corsa verso la fermata del metrò. Io ho inforcato la bicicletta, sotto la pioggia, ho sentito il crack del ginocchio, altro che ballare, e via, al lavoro.
Ma non è che mi sto perdendo qualcosa?
sabato 14 marzo 2015
Buddha a domicilio
Al civico 12 è arrivata l'arte. O l'artigianato, diciamo. Una mattina è apparso un Buddha, di creta bianca, appoggiato su un tavolino, a ridosso della ringhiera che custodisce la tromba delle scale. La sera i Buddha erano due. Il giorno dopo tre. Inizialmente ho pensato che il primo fosse lì in deposito, come Il narghilè del dirimpettaio (e il triciclo delle mia amiche marocchine). Poi i Buddha hanno cambiato colore. Rosso e giallo. E poi oro. Finalmente ho visto l'artista, che trascorre ormai tutto il giorno a dipingerli e a modellarne altri, sul tornio. Indossa una tuta protettiva bianca ed è instancabile. Furtivamente ho scattato una foto dalla mio ballatoio, ma ieri mi sono fatta coraggio e sono andata a trovarlo. Gli ho chiesto il permesso di ritrarre le sue opere e lui è entrato in casa e mi ha portato anche un Ganesh, tutto dorato. Lo scultore ha un nome impronunciabile (che non ho neanche capito) e vive insieme ad altri inquilini, tutti dello Sri Lanka. Me ne ha presentati due, con la pretesa di riuscire a comunicare (lui non parla né italiano né inglese), ma non è stato semplice. Hanno tutti un sorriso dolcissimo e i denti smaglianti da pubblicità del dentifricio. Il più anziano mi ha accolto felice con un asciugamano legato intorno alla vita (presumo stesse lavandosi) e mi ha spiegato che l'amico crea e vende Buddha per meditazione (70 euro), a singoli clienti o a negozi. Si è stupito che sapessi il significato di alcune posizioni delle mani del Buddha, mi ha detto "you have great eyes", mi ha mostrato una piccola statuina del Buddha di ottone, davanti alla quale lui medita e ci siamo scambiati dieci minuti di vita, molto a gesti, devo dire. Dieci minuti di grande pace, lì, al terzo piano del "12". Alla fine ci siamo salutati, con un piccolo inchino, a mani giunte. Oggi i Buddha sono sei e Ganesh è tornato dentro, ma io sto meglio.


domenica 8 marzo 2015
Il vecchio che c'è in me
Da lettrice che vuol essere consolata, mi piace
identificarmi con un personaggio
(meglio se il protagonista, visto che sono smodatamente egocentrica). E poi mi piace quando una donna scrive da uomo, un uomo scrive da donna, un uomo scrive da bambino e un giovane scrive da vecchio: e ci riescono. E mi piace anche essere capita, nelle mie paturnie.
Allora: a me La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone è piaciuto tanto, per tutti questi motivi e anche per molti altri. L’ho scoperto per caso, nonostante l’editore (Longanesi). La storia non è importante, o forse sì. Diciamo che un anziano signore guarda il mondo con disincanto, un po’ scontroso, un po’ ironico, un po’ saccente e in un bagno di onestà. La vita, con tutte le sue cosette, quelle lì, i cui spigoli dolgono quando l’anima si muove, anche impercettibilmente. Chiamiamoli errori, chiamiamoli destino. Il finale è stilisticamente e strutturalmente perfetto, oltre che poetico.
(meglio se il protagonista, visto che sono smodatamente egocentrica). E poi mi piace quando una donna scrive da uomo, un uomo scrive da donna, un uomo scrive da bambino e un giovane scrive da vecchio: e ci riescono. E mi piace anche essere capita, nelle mie paturnie.
Allora: a me La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone è piaciuto tanto, per tutti questi motivi e anche per molti altri. L’ho scoperto per caso, nonostante l’editore (Longanesi). La storia non è importante, o forse sì. Diciamo che un anziano signore guarda il mondo con disincanto, un po’ scontroso, un po’ ironico, un po’ saccente e in un bagno di onestà. La vita, con tutte le sue cosette, quelle lì, i cui spigoli dolgono quando l’anima si muove, anche impercettibilmente. Chiamiamoli errori, chiamiamoli destino. Il finale è stilisticamente e strutturalmente perfetto, oltre che poetico.
(Ah, sul suo sito c’è scritto
che vuole fare un Coast to Coast con un vecchio furgone Volkswagen. L’ho letto
dopo il libro, e forse è per questo che mi è piaciuto. Ha scavato nel mio passato senza dirmelo).
martedì 3 marzo 2015
Giovane e bello
Non è vero che i gggiovani sono tutti dei minchioni, mammoni e senza iniziativa. Ci sono anche quelli che "esprimono il gene" con entusiasmo e sensibilità inaspettati. Nei corridoi del cinema Anteo, a Milano (sono andata a vedere "Birdman"... eh... ci sarebbe molto da dire: per esempio, uscite tutti sette minuti prima della fine! Ma santiddio, ma perché si deve rovinare una buona idea e una regia da 10 - dicono che ricordi Altman... può darsi... - con una trovata inutile e assurda e risibile?), sono esposti alcuni scatti di un viaggio in India di Alessandro Galli, un giovane medico neolaureato con la passione della fotografia. A parte le immagini, belle ovviamente, le righe che li accompagnano valgono da sole il tempo che si dedica loro (le riflessioni davanti alla pira, per esempio...). A 25 anni si può ancora rimanere incantati dall'umanità, dalla dignità e dal sorriso degli esseri umani, anche e soprattutto i più distanti da noi. Poi, eventualmente, si curano le piaghe, dentro e fuori dagli ospedali.
www.sitohd.com/alessandrogalli/
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